L’ORA DELLE BANANE BUONE: FAIRTRADE E RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA

Il 7 maggio scorso, nel corso del convegno internazionale Mercato delle banane e diritti, è stata lanciata la campagna “Diritti che parlano” a favore dei diritti dei lavoratori nelle piantagioni di banane. Protagonisti della giornata i rappresentanti dei Bananeros, ricercatori sociali e ambientali e G. Jaksch, direttore di Chiquita Usa.
Attualmente 5 multinazionali controllano l’80% del commercio mondiale. Tre imprese multinazionali a capitale prevalentemente Usa (Chiquita, Dole, Del Monte) controllano circa i due terzi del commercio mondiale delle banane. Ad esse si aggiungono l’ecuadoriana Noboa e l’anglo-irlandese Fyffes. Meno del 10% del prodotto esportato proviene da piccoli coltivatori, quelli che lavorano appezzamenti inferiori ai dieci ettari. Il grande affare non sta però tanto nella produzione, quanto nell’esportazione, che interessa tra i 12 e i 13 milioni di tonnellate di banane all’anno.
Secondo Bananalink (Ong britannica impegnata nella difesa dei lavoratori bananieri) per ogni banana solo il 12% del prezzo finale al consumatore rimane nel Paese produttore. Ai piccoli produttori va dal 5 al 10%. Ai braccianti tra l’1 e il 2%. Il vero guadagno nell’affare banane, sempre secondo Bananalink, è nel passaggio alla grande distribuzione e nella successiva vendita al consumatore: il 35-40% del prezzo si ferma qui.
Chiquita è un tipico caso di azienda che si avvia verso un nuovo stile di politiche aziendali orientate ad un atteggiamento di responsabilità sociale. Giunta sull’orlo della bancarotta nel 2000, ha poi riconosciuto unilateralmente un codice di condotta sulla responsabilità sociale, cui è seguito un accordo sindacale monitorato dalI’I.L.O., International Labour Organisation, che ha infine dato luogo agli attuali Core Values aziendali (Integrità, rispetto, opportunità, responsabilità) cui la company statunitense dichiara di attenersi per il proprio business. Quello che non ci deve sfuggire come consumatori è la scelta (imposta dagli eventi ma sopratutto strategica) di Chiquita di usare la responsabilità sociale come strumento di marketing avanzato. Una scelta sempre più frequentemente applicata dalle aziende che individuano come prioritarie per il loro mercato le nuove esigenze sociali di un consumo più etico, più pulito, più rispettoso dei diritti umani. Quello che invece ci deve preoccupare alquanto, non solo come consumatori ma soprattutto come esseri umani, è lo scollamento tra i valori fondamentali che ci permettono di costruire un mondo migliore e le scelte economiche di un mercato che usa gli stessi valori come strumenti promozionali e di vendita, svuotandoli così del loro reale significato.
La responsabilità sociale d’impresa si rivela perciò una potente arma a doppio taglio, da un lato può migliorare sostanzialmente l’etica della produzione e del commercio ma dall’altro può creare una cortina fumogena che impedisce di vedere la realtà delle cose. Se, infatti, la responsabilità sociale d’impresa diviene principalmente strategia di marketing e di comunicazione significa che non fa parte della cultura dell’impresa, dove troverebbe la completa e diretta assunzione di responsabilità, ma si trasforma solo in una questione d’immagine, che è una modalità di applicazione deleteria e aberrante.
Ci aspetta perciò un futuro in cui sarà difficile distinguere dove sta la sostanza e dove la forma, possiamo trovare e acquistare prodotti che sono realmente frutto di una responsabilità sociale d’azienda e allo stesso tempo prodotti che invece non lo sono per niente, pur presentandosi con una accattivante veste pseudo-etica. Quando facendo la spesa prendiamo in mano uno di questi prodotti, ricordiamoci che la decisione ultima spetta a noi consumatori, che siamo la giuria che dichiara il migliore sul campo. Come all’inizio è stato uno sparuto gruppo di adepti del consumo critico, che con il loro lavoro hanno raccolto e guidato schiere di consumatori sempre più numerose a preferire i prodotti etici, così ora siamo noi che dobbiamo porre la massima attenzione ed acquistare in modo accorto, per premiare chi fa scelte realmente etiche, contribuendo a costruire un mondo più giusto.

WEEE FORUM: L’Europa dei rifiuti hi-tech

Nato nel 2002, Weee Forum è un gruppo di rappresentanti di sistemi collettivi volontari realizzati dai produttori per far fronte alle proprie responsabilità nell’e-waste management.

La missione del gruppo è quella di raccogliere e confrontare più informazioni possibili provenienti dai diversi Paesi per creare e migliorare i livelli di attività dei singoli sistemi. Attraverso un’azione di benchmarking tra quantità di Raee raccolti, costi di gestione e legislazioni, Weee Forum si propone quale ente internazionale di riferimento per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’Unione europea.

L’Olanda è tra i paesi più attivi nella gestione dei rifiuti elettrici ed elettronici. Nel Paese esistono, infatti, due differenti sistemi di raccolta, Ict Milieu e Nvmp, entrambi costituti da produttori e importatori. Nvmp si occupa della gestione dei beni esausti appartenenti alla filiera del bianco e del bruno (elettrodomestici grandi e piccoli, apparecchiature elettroniche per uso domestico, attrezzi elettrici e attrezzature di ventilazione). Nel 2002, ha raccolto circa 66 mila tonnellate di Raee, pari a 4,13 kg per persona.

Dal canto suo, Ict Milieu gestisce le apparecchiature Ict da ufficio e quelle di telecomunicazione (filiera del grigio) a fine vita. È un sistema finanziato da circa 160 tra produttori e importatori, senza alcun visibile fee per i consumatori. Nel 2002, il sistema ha raccolto circa 9.500 tonnellate di Raee, pari a 0,59 kg per abitante.

Sempre in Olanda, ma sul fronte degli operatori del fine vita, è nata Eera (European Electronics Recyclers Association), un’organizzazione no-profit volta a promuovere le aziende che svolgono attività di gestione dei Raee in Europa. I membri di Eera trattano ogni anno circa 350 mila tonnellate di Raee, assicurando il totale rispetto di precisi standard di qualità e sicurezza.

Obiettivo principale dell’associazione è quella di intervenire nell’armonizzazione delle regolamentazioni nazionali e internazionali al fine di creare un mercato libero, in cui domanda e offerta di servizi per la gestione dei rifiuti tecnologici trovino il giusto spazio.

Membri del Weee Forum
Austria – Ufh
Belgio – Recupel
Olanda – Nvmp, Ict Milieu
Norvegia – Hvitevareretur, Elektronikkretur
Svezia – El-Kretsen
Svizzera – Sens, Swico
Uk – Repic
Spagna – Ecolec
Lussemburgo – Ecotrel

A Sep.Tronic, un confronto europeo
Lo scorso 22 aprile a Sep.Tronic a Padova, all’interno di Fortronic, gli esperti dei diversi Paesi europei si sono incontrati per fare il punto della situazione sullo stato del recepimento italiano della Direttiva Raee e per un confronto tra esperienze riguardanti la gestione operativa dei rifiuti elettrici ed elettronici.

Il convegno, organizzato dai Consorzi Certo ed Ecoqual’It, dal titolo “Direttiva Raee al traguardo, le soluzioni operative in Europa”, ha presentato la situazione europea nei principali stati membri e la situazione legislativa italiana, portando gli esempi di Ict Milieu, di Ecolec e di Eera e presentando ufficialmente EcoR’It, il sistema consortile promosso da Ecoqual’It per la gestione dei Raee domestici e professionali in Italia.

origine: www.biasgroup.it

Automobilista fai-da-te ? Ecco cosa fare quando cambi da solo la batteria esausta

Automobilista fai-da-te ? Ecco cosa fare quando cambi da solo la batteria esausta

L’anno scorso la raccolta delle batterie esauste in Italia ha raggiunto oltre il 97% dell’immesso al consumo.
Quel 3% non recuperato, e in parte disperso nell’ambiente, è dovuto alle attività del fai-da-te che il COBAT si sta impegnando a risolvere.
Le batterie d’avviamento al piombo esauste sono rifiuti pericolosi in quanto molto inquinanti per l’ambiente e dannose per le persone.
L’automobilista o il motociclista, come anche il pescatore o il diportista, che deve cambiare la batteria definitivamente scarica ha due possibilità: rivolgersi ad un elettrauto o provvedere da sé alla sostituzione.
Nel primo caso l’elettrauto consegnerà i vecchi accumulatori ai raccoglitori del COBAT, che ne effettuano il ritiro gratuito passando per tutte le auto-officine, le isole ecologiche, i punti di raccolta delle aziende di igiene urbana.
Gli appassionati del “fai-da-te”, invece, cosa devono fare della vecchia batteria che contiene sostanze aggressive come il piombo, un metallo tossico, e l’acido solforico, un liquido altamente corrosivo?
Sicuramente non abbandonarla per strada, in campagna o addirittura in mare!
Bisogna riportarla all’ipermercato dove è stata acquistata quella nuova oppure consegnarla alla stazioni ecologiche comunali e in ambito nautico alle autorità portuali.

Quando la batteria è esausta….
Quando devi sostituire la batteria della tua automobile, del tuo trattore o della tua barca perché è esausta, se ti rivolgi al tuo elettrauto o auto-riparatore di fiducia, non hai problemi: sarà lui a ritirarla per consegnarla, senza costi, ai raccoglitori incaricati COBAT.

Quando, invece, cambi da solo la tua batteria…

Cosa non fare

  • Abbandonarla per strada
  • Gettarla nel mare o nei corsi d’acqua
  • Abbandonarla in campagna
  • Buttarla nei cassonetti

Cosa fare

  • Consegnarla al rivenditore-ricambista o all’ipermercato al momento dell’acquisto di una nuova batteria
  • Chiamare il Comune per conoscere l’isola ecologica presso cui consegnarla.
  • Conferirla alle isole ecologiche o ai centri di raccolta gestiti dall’azienda (R.S.U.) della propria città
  • Telefonare al numero verde 800/869120 oppure consultare il sito internet www.cobat.it per conoscere il punto di raccolta più vicino dove portarla senza costi

Andrea Pietrarota

Batterie esauste: tutte a raccolta!

Batterie esauste: tutte a raccolta!
Grazie al COBAT da rifiuti pericolosi si ottengono preziose risorse

L’Italia, per risolvere il problema della dispersione delle batterie al piombo esauste, ha dato l’avvio, nel novembre del 1988, alla Legge n° 475 che ha istituito il Cobat, Consorzio Obbligatorio Batterie Esauste.
Pochi mesi dopo, nel maggio del 1990, il Ministero dell’Ambiente approva per decreto lo Statuto del Consorzio. I passi immediatamente successivi si realizzano nel 1991 quando un decreto dello stesso Ministero di concerto con il Mistero delle Attività Produttive fissa il sovrapprezzo unitario per le batterie al piombo esauste ed il Consiglio europeo, con la direttiva comunitaria 91/157/CEE, rende omogenee le legislazioni in materia di smaltimento di pile ed accumulatori in vigore negli Stati Membri.
Ma la vera svolta arriva nel 1992, primo anno di piena attività del Cobat, grazie al quale il modello di raccolta delle batterie al piombo esauste, che fino ad allora aveva sempre avuto finalità soprattutto commerciali, viene finalmente vincolato anche ad obiettivi di salvaguardia ambientale.
Venendo ai giorni d’oggi, con l’unificazione europea e la libera circolazione delle merci in ambito comunitario, il Cobat ha rinunciato ad essere l’unico ente in diritto di recuperare le batterie esauste, mantenendo il compito di monitorarne ogni attività di movimentazione e commercializzazione sul suolo italiano, come è stato poi recepito dalla L. 39/02 e dalla modifica dello Statuto avvenuta con il decreto del 2/02/04. Secondo il dettato di legge, il Cobat ha il compito di assicurare la raccolta delle batterie esauste e dei rifiuti piombosi ed organizzarne lo stoccaggio, quindi cedere i prodotti stessi alle imprese che ne effettuano il recupero tramite riciclaggio, nonché il compito di monitorare tutte le attività di raccolta, commercializzazione e riciclaggio di batterie esauste che emergono sul territorio italiano.
A distanza di 14 anni dall’inizio delle sue attività, il Consorzio ha ormai raggiunto livelli di eccellenza internazionale eguagliando Paesi di alta tradizione ambientalista, come Norvegia, Svezia e Danimarca.
Nel corso del 2004, infatti, sono state recuperate oltre 16 milioni di batterie esauste, che riciclate hanno consentito lo smaltimento di 31 milioni di litri di acido solforico e, soprattutto, il recupero di 10 mila tonnellate di plastica e 107 mila tonnellate di piombo (per un valore complessivo ci circa 90 milioni di euro): in questo modo da una parte si è evitata la dispersione nell’ambiente di elementi quanto mai pericolosi per l’equilibrio dell’ecosistema e dall’altra importanti risorse sono tornate ad essere impiegate nel mercato.
Il Consorzio è un ente senza fini di lucro, che, come detto, si finanzia con un sovrapprezzo sulla vendita delle nuove batterie. Lo scorso 16 marzo 2005 un nuovo Dm Ambiente ha determinato le variazioni nel sovrapprezzo unitario di vendita delle batterie al piombo da applicarsi dal 1° luglio 2005, in ragione del riscontrato aumento della capacità delle batterie utilizzate negli automezzi. Così l’Italia, oltre a detenere il primato per le performance di recupero delle batterie, ha anche “l’eco-tassa” più bassa d’Europa. Circa 80 centesimi di euro assicurano che la vecchia batteria della nostra automobile o barca sarà sempre raccolta e riciclata, indipendentemente dalle convenienze di mercato, a tutto vantaggio della tutela dell’ambiente.

Andrea Pietrarota

Dove vanno a finire batterie esauste di telefonini e vecchi cellulari? Il Cobat lo sa

Oggi nel nostro Paese il 92% della popolazione, cioè 8 italiani su 10 possiedono un telefono mobile.
Questa grande “passione” nazionale tuttavia ha come riflesso un aumento dei rifiuti hi-tech che, secondo la direttiva europea 2002/96/CE del 27 gennaio 2003, dovranno essere smaltiti nella misura di 4 chili pro-capite entro il 31/12/2008.
La direttiva che in Italia dovrebbe essere operativa dall’agosto 2005, obbligherà produttori, associazioni e rivenditori ad attivare sistemi di raccolta per il circuito dei professionisti e dei consumatori.
Ma c’è chi ha anticipato le indicazioni comunitarie e già opera in un’ottica di difesa dell’ambiente.
Per esempio il Cobat, anche se la legislazione italiana affida al Consorzio nazionale “solo” obbligo della raccolta delle batterie al piombo esauste, ha prontamente accolto la lodevole richiesta di Vodafone, sostenuta anche dal Ministero dell’Ambiente, e già dalla fine del 2000 ha avviato una collaborazione, che prevede il ritiro sia delle batterie esauste sia dei vecchi cellulari..
Dall’attuazione dell’accordo, con il grande operatore di telefonia mobile, le imprese di raccolta incaricate dal Cobat hanno ritirato presso circa 900 punti di vendita Vodafone oltre 3 tonnellate di apparati (di cui 40% batterie e 60% telefoni e accessori).
Dal riciclo dei telefonini sono stati ricavate alcune centinaia di kg di metalli (in prevalenza rame, ma anche palladio, oro, argento e platino), materie plastiche e fibre.
Dalle batterie sono stati recuperati metalli altamente inquinanti come: litio, ferro, nickel, cobalto, cadmio, oltre a metalli rari, (manganese e alluminio).
Il materiale di scarto è stato incenerito per il recupero energetico.

Andrea Pietrarota

Le iniziative di COBAT e Legambiente per gli obiettivi del Protocollo di Kyoto

Un impegno concreto
Le iniziative di COBAT e Legambiente per gli obiettivi del Protocollo di Kyoto

Il 16 febbraio 2005 è entrato in vigore il Protocollo di Kyoto, il trattato internazionale del 1997 con il quale i Governi di molti paesi, compreso il nostro, si sono impegnati a ridurre le emissioni di anidride carbonica (CO2) e degli altri gas serra responsabili del riscaldamento terrestre e dei cambiamenti climatici.
Il COBAT, e Legambiente, con il proprio impegno, intendono contribuire in modo concreto ad un traguardo determinante per la salvaguardia ambientale e per lo sviluppo sostenibile.
“Con l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto”, spiega il direttore generale di Legambiente Francesco Ferrante, “il nostro Paese, come tutti i paesi firmatari, dovrà ridurre le proprie emissioni in atmosfera. L’Italia, però, nonostante abbia ratificato il protocollo, nel decennio 1990-2003, in controtendenza rispetto all’Europa, ha visto crescere del 3% medio annuo i consumi energetici e di circa il 10% le emissioni dei gas serra.
“Per aiutare il nostro Paese a raggiungere gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto”, aggiunge Francesco Ferrante, “Legambiente ha lanciato la campagna Cambio di clima, una grande iniziativa nazionale di mobilitazione, informazione e sensibilizzazione sui temi dell’energia e dei mutamenti climatici. Con Cambio di clima chiediamo alle organizzazioni pubbliche e private ed ai cittadini di collaborare con noi modificando i propri comportamenti al consumo per ridurre progressivamente, attraverso piccoli gesti quotidiani, le emissioni di anidride carbonica nell’ambiente. “La parola d’ordine della campagna”, conclude il Direttore Generale di Legambiente, “sarà il risparmio energetico: meno consumi, più energia pulita per salvare il pianeta.
“Il Consorzio Obbligatorio Batterie Esauste”, dichiara Giancarlo Morandi, Presidente del COBAT, “è impegnato da sempre per i traguardi dell’ecoefficienza e dello sviluppo sostenibile. Lo dimostrano le tante campagne ambientali promosse negli ultimi anni e, soprattutto, i risultati positivi ottenuti con le nostre attività. Il COBAT, infatti, assicura la raccolta gratuita delle batterie esauste su tutto il territorio nazionale e il loro il trasporto agli impianti di riciclo. In Italia, grazie al COBAT, viene recuperato circa il 97% delle batterie al piombo acido immesse al consumo: in questo modo, si evita la dispersione nell’ambiente di elementi quanto mai pericolosi e si ricavano importanti risorse per l’industria del nostro paese.
“Per sostenere sempre di più il nostro impegno verso lo sviluppo sostenibile” prosegue Giancarlo Morandi, “il COBAT ha deciso di aderire in prima persona alle politiche ambientali previste dal protocollo di Kyoto. Le emissioni del COBAT, che un team di ricercatori ha calcolato pari a 30 tonnellate di anidride carbonica (CO2) saranno compensate attraverso l’acquisto di crediti di emissione, sul mercato internazionale, per progetti di uso della tecnologia solare fotovoltaica realizzati nel Sud-est asiatico”.
“Con le sue attività”, conclude il Presidente del COBAT, “il Consorzio Obbligatorio Batterie Esauste realizza un circolo virtuoso in cui la tutela dell’ambiente s’incontra con il recupero di risorse, e la salvaguardia della salute collettiva con il risparmio economico”.

Andrea Pietrarota