DONNE SCIENZIATE, LE AZIENDE VI ASPETTANO

Il progetto di Microsoft per le donne,
in collaborazione con Hewlett Packard e Intel

DONNE SCIENZIATE, LE AZIENDE VI ASPETTANO

Al via la campagna
“Più donne verso le facoltà scientifiche”

“È una questione di biologia.”
Questa la laconica sentenza di Lawrence Summer, rettore all’Università di Harvard, riguardo la scarsa presenza delle donne nel mondo scientifico. Le fanciulle, secondo il professore, non hanno le stesse abilità innate degli uomini per la matematica e la scienza. Insomma, non ci arrivano.
Ma è proprio così? Le donne devono arrendersi di fronte ad una legge di natura?
Futuro@lfemminile vuole dimostrare il contrario. Dal 7 maggio sarà presente presso gli Open Day delle Università milanesi per incentivare le iscrizioni femminili ai corsi di laurea tecnico-scientifici, al fine di agevolare un loro futuro inserimento nelle professioni del settore dell’Information Technology.

Il 7 maggio, Politecnico e Bicocca
I primi appuntamenti sono al Politecnico e all’Università Bicocca. Seguirà l’Università Statale il 14 maggio, e, in estate, Bocconi e Cattolica.
La presenza di futuro@lfemminile si articolerà in vari modi, con la proiezione di un video che riproduce la “giornata tipo” di una donna che lavora in un’azienda tecnologica, la diffusione di informazioni sulle donne nel mondo dell’IT e sulle opportunità di stage, Graduates Academy, giornate di mentorship.
Sarà inoltre realizzata una piccola indagine per definire il profilo medio della ragazza interessata alle lauree cosiddette “forti”.
L’obiettivo del progetto è quello di estendere le attività di promozione delle facoltà scientifiche dall’area milanese, scelta come test pilota, ad altre città italiane. Il progetto futuro@lfemminile
Gli appuntamenti presso le Università milanesi rientrano nel piano di attività di futuro@lfemminile, il progetto di Microsoft Italia per le donne, realizzato in collaborazione con Hewlett-Packard Italiana ed Intel Corporation Italia, che vuole valorizzare il contributo che la tecnologia può dare nell’aiutare le donne ad esprimere il loro potenziale, una tecnologia non più solo territorio maschile, ma alleata e al servizio delle donne.

Il quadro nazionale: le donne si laureano di più e meglio, ma…
La riflessione di futuro@lfemminile ha preso avvio dalla ricerca “Genere, scienza e tecnologia. Donne e mondo scientifico in Italia”, commissionata da Microsoft al Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università Bicocca di Milano. I dati parlano chiaro: in Italia le studentesse universitarie sono di più dei loro colleghi maschi. Nell’anno accademico 2001-2002, infatti, sul totale degli iscritti ai corsi di laurea il 56% sono donne. Non solo. Le ragazze si laureano in numero maggiore e più velocemente rispetto ai ragazzi, ottenendo anche una migliore riuscita nel percorso di studio: il 56,5% dei laureati nel 2002 è di sesso femminile, con una media di 1,9 anni di ritardo alla laurea contro 2,2 anni dei colleghi maschi e con una votazione media di 104 contro 101 degli uomini. Il 65,5% delle studentesse ottiene il massimo dei voti e, tra chi prosegue, sono le donne a ricoprire il 51% dei dottorati di ricerca, il 56% dei posti nei master e il 64% nelle scuole di specializzazione.

… sono poco presenti nelle facoltà scientifiche
Donne brave e preparate, ma se si guarda alla loro distribuzione tra i corsi di laurea, emerge subito un’asimmetria di genere: le ragazze affollano le aule delle facoltà umanistiche (83%) e del gruppo medico (67%), ma disertano quelle scientifiche (38%) e ancor di più quelle del gruppo ingegneristico (17%).
Eppure quelle poche che ci sono riescono, anche nelle facoltà tuttora roccaforti maschili, ad ottenere risultati migliori: rispetto ai loro colleghi si laureano prima (27 anni contro 28) e meglio (102,7 la votazione media contro 100,6).

La scelta della facoltà tra ragione e sentimento
Perché questo divario? Società, cultura, stereotipi di genere e carenza di modelli femminili da emulare relegano ancora le donne a presenze di nicchia nelle aree scientifiche.
Anche le motivazioni personali giocano il loro ruolo: al momento dell’iscrizione all’università, i ragazzi sono più pragmatici e scelgono di studiare quello che assicurerà loro un lavoro migliore e più redditizio, le ragazze, invece, si fanno guidare dalla passione, che orienta studi e mestieri.

Imprese a caccia di ingegneri
Mentre le facoltà umanistiche si riempiono di iscritti, le imprese vanno in cerca di laureati nelle aree tecniche. Secondo l’indagine annuale del Consorzio AlmaLaurea, gli ingegneri hanno una marcia in più nella ricerca del lavoro. Ad un anno dal titolo, il 76,1% dei neoingegneri ha un impiego, contro il 54,2% della media dei laureati e, a tre anni dalla tesi, la quota di occupati balza al 96,2%.
Inoltre, dalle aziende del settore IT arriva un segnale incoraggiante per le donne: sebbene siano ancora poche sul totale dei dipendenti, nel 2001 la percentuale delle dirigenti nel settore IT si attestava al 12,8%, contro il 9,3% delle dirigenti nel settore della produzione di beni e servizi (dati CNEL 2004). L’information Technology ha anche una maggiore dinamicità in confronto agli altri settori: il 65,3% delle donne occupate ha infatti un’età compresa tra i 20 e i 35 anni.

Dalle matricole alle laureande: Microsoft valorizza il potenziale dei migliori talenti
Microsoft, sempre a caccia di talenti, definisce un piano di inserimento dei giovani neo laureati tra le proprie fila: stage e opportunità di lavoro a tempo determinato e indeterminato sono gli strumenti principali che vengono utilizzati. Le donne rappresentano circa il 50% della popolazione dei giovani in azienda.
A rafforzare ciò, esiste anche il programma europeo della Graduates Academy che ha l’obiettivo di valorizzare le potenzialità dei giovani laureati con non più di 18 mesi di esperienza nelle aree marketing, vendita o tecnica. Il percorso formativo, alterna momenti di apprendimento on the job con attività di formazione d’aula nelle diverse filiali europee di Microsoft; dura due anni ma l’inserimento è fin da subito con un contratto a tempo indeterminato.

Hewlett Packard punta sulle donne
In Hewlett Packard l’attenzione alle persone e alle capacità dei giovani è una costante. Per i neolaureati è previsto un percorso di inserimento di un anno con un mentor assegnato, corsi specifici e la possibilità di partecipare a meeting manageriali.
In Hewlett Packard le donne sono una realtà consolidata: le donne infatti sono quasi il 40% e le dirigenti, il 20%. Un esempio? Nel corso di quest’uitimo anno, in un solo mese, sono state inserite 18 donne nell’area marketing e vendite.

Futuro@lfemminile è anche on line
Tutti i contenuti e gli aggiornamenti delle attività del progetto sono consultabili sul sito http://www.futuroalfemminile.it/

Per informazioni
Ufficio stampa Hill & Knowlton Gaia
Nicoletta Vulpetti 06441640306 – 3473359814 vulpettin@hkgaia.com
Alessia Calvanese 06441640328 – 3351309390 calvanesea@hkgaia.com
Maria Luisa De Petris 06441640335 depretis@hkgaia.com

Ecodom entra nel WEEE Forum

Milano, 14 giugno 2005 – Ecodom, il consorzio italiano per il recupero e il riciclaggio di elettrodomestici, è entrato a far parte, in qualità di “associated member” del WEEE Forum, l’organizzazione paneuropea che analizza e studia le normative e le metodologie di raccolta e trattamento delle apparecchiature elettriche ed elettroniche a fine vita, con l’obiettivo di individuare le “best practices” da condividere con i consorzi nazionali costituiti nell’ambito delle diverse filiere.

Con Ecodom, il WEEE Forum conta 17 associati, tra i quali i nascenti sistemi collettivi di Spagna, Gran Bretagna, Lussemburgo, Finlandia, Irlanda e Lettonia. In parallelo alla progressiva attuazione della Direttiva nei vari stati membri, il WEEE Forum prevede altre adesioni nel corso dell’anno.

Il WEEE Forum partecipa a uno dei gruppi di lavoro del Technical Advisory Group (TAC) dell’Unione Europea, ed è inoltre stato invitato dalla Commissione Europea a prendere parte alla tavola rotonda sull’implementazione delle Direttive WEEE (in italiano RAAE, Rifiuti derivanti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e ROHS (Directive on Restriction of Hazardous Substances).

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Ecodom (Consorzio Italiano Recupero e Riciclaggio Elettrodomestici) è il consorzio che rappresenta una quota di mercato significativa nei settori dei grandi elettrodomestici e scalda-acqua in risposta alla Direttiva 2002/96/CE dell’Unione Europea sullo smaltimento e il riciclo degli apparecchi elettrici ed elettronici a fine vita. Ha come finalità la gestione collettiva di trasporto, reimpiego, trattamento, recupero, riciclaggio, smaltimento dei prodotti al termine del loro utilizzo.
I Soci fondatori sono: Antonio Merloni; B/S/H Elettrodomestici; Candy Elettrodomestici; Faber; Franke; Haier Europe Trading; Hoover; Lorenzi Vasco; Indesit Company; Merloni Termosanitari; Miele Italia, Nardi Elettrodomestici; Smeg; Tecnogas; Whirlpool Europe. Al Consorzio potranno aderire altre aziende delle filiere sopra elencate.
Presidente è Piero Moscatelli di Indesit Company.


Per informazioni alla stampa:
Giorgio Scappaticcio
Hill&Knowlton Gaia
Via Nomentana 257
00161 Roma
Tel. 06 441640309
fax 06 4404604
e-mail: scappaticciog@hkgaia.com

LA CHIESA SUL RAPPORTO UOMO/AGRICOLTURA. A TRENT’ANNI DALL’ULTIMO DOCUMENTO INTERVENTO SU AMBIENTE/AGRICOLTURA E OGM

La Commissione episcopale della CEI ha pubblicato recentemente il volume “Frutto della terra e del lavoro dell’uomo. Mondo rurale che cambia e Chiesa in Italia”.
Il documento evidenzia come “si diffonde fra i consumatori la ricerca di prodotti per una sana alimentazione, con la conseguente preferenza per prodotti locali e la richiesta di informazione sui processi di produzione”.
Dunque anche la Chiesa si esprime riguardo ad una problematica che vede grande attenzione da parte della popolazione italiana ed europea, in particolare, in contrapposizione con alcune scelte ampiamente supportate in altri contesti geografici.
Nel testo della CEI particolare attenzione è indirizzata alla valutazione dei possibili effetti degli organismi transgenici sull’uomo e sull’ambiente, dai punti di vista biologico, produttivo, economico e sociale”.
Oltretutto, si sottolinea “accanto a grandi opportunità teoriche, tali tecnologie presentano rischi di cui, allo stato attuale delle conoscenze, é difficile dare una valutazione adeguata”, d’altra parte si invita anche a “non cadere nell’errore di credere che la sola diffusione dei benefici legati alle nuove biotecnologie possa risolvere tutti gli urgenti problemi di povertà e di sottosviluppo che assillano ancora tanti Paesi del pianeta”.
Per la CEI “la possibile irreversibilità di taluni processi e l’incertezza legata alla parzialità delle conoscenze esigono nel campo degli organismi transgenici una particolare cautela, unita a ulteriori sviluppi nella ricerca scientifica”.
La pronuncia della CEI riporta il dibattito in primo piano nel mondo agricolo e produttivo legato alle scelte di politica agraria in Italia ed all’estero, laddove si sottolinea l’intensità e la responsabilità che esiste tra il mondo rurale e l’ecologia.
“In questo contesto, si afferma, gli agricoltori appaiono oggi non solo produttori di beni materiali fondamentali, ma sempre più custodi di un territorio amato e servito, nel suo spessore culturale e, ovviamente, prima ancora nella sua identità fisica. La conservazione del territorio, affidata alle talvolta povere comunità rurali della montagna e della collina, ha un ruolo vitale per la sicurezza dell’agricoltura di pianura e per le città, attraverso il delicato equilibrio dei complessi sistemi idrogeologici ed ecologici che caratterizzano il nostro Paese. Agli abitanti delle zone rurali interne vanno garantiti gli stessi diritti e la stessa dignità dei cittadini e degli agricoltori che operano in pianura”.
Di qui l’invito alla tutela dei prodotti tipici: “È questo oggi un filone produttivo altamente ricercato e apprezzato, capace di creare nicchie di mercato remunerative, stimolanti anche sul piano sociale e culturale oltre che economico. Di fronte all’omologazione crescente dei gusti e alla massificazione distributiva alimentare, il mondo agricolo può offrire un proprio orientamento sul modello economico, sociale e culturale di sviluppo, fondato su un sapiente recupero della tradizione agricola e alimentare, nelle forme tipiche dei diversi territori. Si apre in tal modo un’opportunità di sviluppo per le aree rurali, che a partire da tale scelta possono anche rafforzare la propria funzione, espandendo le potenzialità economiche in connessione con nuove attività di ristorazione, di agriturismo, di trasformazione e commercializzazione, che si sviluppano attorno ai prodotti tipici”.
In realtà, non è la prima volta che i Vescovi italiani dedicano un documento al mondo rurale. La Commissione Episcopale per i problemi sociali, l’11 novembre 1973, pubblicò una nota dal titolo “La Chiesa e il mondo rurale italiano”. Fu una riflessione sistematica e qualificata, adeguata e incisiva, capace di leggere la situazione di quegli anni, per offrire ad essa risposte pastorali intelligenti e lungimiranti. “Oggi, però, il mondo agricolo è profondamente cambiato, pur se in modo diverso a seconda delle aree geografiche e della natura dei luoghi e dei terreni, perdendo in non pochi posti i tratti familiari e personalizzati tradizionali, per assumere un volto che lo assimila sempre più alle forme industrializzate di produzione dei beni”, afferma la stessa CEI nel documento.

FONTI ENERGETICHE: ITALIA SEMPRE PIÙ DIPENDENTE DALL’ESTERO.

Il nostro Paese importa il 99% del proprio fabbisogno di carbone. L’Italia è fra i Paesi a più alta dipendenza esterna in campo energetico. Negli ultimi anni, infatti, ha ridotto ancora di più la produzione interna di petrolio, gas e combustibili solidi.
Segnali positivi vengono invece dalle fonti energetiche rinnovabili: in questo settore il contributo al bilancio energetico nazionale è cresciuto del 25% tra il 1995 e il 2001.
La dipendenza dell’Italia dall’estero resta altissima. Infatti per quanto riguarda il petrolio nel nostro Paese si è arrivati al di sotto del 50%, ma comunque ancora lontana da quella che è la dipendenza mondiale, pari al 38%. La nostra dipendenza dal gas naturale per la generazione di energia elettrica è salita dal 21% agli inizi degli anni Novanta al 45% di oggi. Secondo un’analisi dell’Eurispes, emerge quindi che le politiche energetiche, volte a ridurre la dipendenza dall’estero, non hanno avuto grande successo, se si considera anche che ad aggravare la situazione hanno contribuito i ritardi nell’estrazione di petrolio dai giacimenti della Basilicata, che avrebbero dovuto invece ridurre l’import. In Italia, malgrado un notevole potenziale, la quota al 2000 dell’energia primaria rappresenta solo il 5,4%, ben al di sotto di altri paesi industrializzati. Per quanto riguarda le fonti rinnovabili, lo sviluppo nel nostro Paese è al di sotto delle reali possibilità di crescita. Ad esempio, il solare termico permette la produzione di energia termica a basso costo e a basso impatto ambientale, utilizzando tecnologie ormai considerate mature. Mentre negli altri Paesi europei questa fonte si è andata sempre più sviluppando, in Italia il mercato del solare termico ha conosciuto un periodo di profonda crisi. Tuttora, anche se questo mercato è in forete ripresa, non sembra per ora possibile raggiungere l’obiettivo fissato per l’Italia di 3.000.000 m2 al 2010, dal Libro Bianco delle fonti rinnovabili. Il solare termico è, comunque, ormai considerato la fonte rinnovabile con più ampia possibilità di sviluppo, con campi di applicazione come il riscaldamento di ambienti, piscine-strutture ricreative, acqua calda sanitaria, agricoltura; riscaldamento centralizzato; refrigerazione.
Hli Enti locali e le Province autonome, attraverso il decentramento dei poteri, hanno acquisito un ruolo di primo piano nello sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, con l’utilizzo dei Piani Energetici Ambientali (PEA). Contemporaneamente sono stati predisposti una serie di strumenti finanziari ed incentivi per le fonti rinnovabili che vanno dai certificati verdi (ovvero l’obbligo, da parte delle imprese produttrici di energia, di riservare una quota di produzione alle fonti rinnovabili) ai fondi regionali, ai fondi strutturali europei, alle tariffe verdi, fino ad azioni di incentivazione come il project financing e l’introduzione della Responsabilità Sociale.
Ma un ruolo fondamentale resta quello, ormai da più parti riconosciuto, delle azioni di Ricerca e Sviluppo nel settore energetico. Un settore questo nel quale l’Italia risulta, in ambito europeo, negli ultimi posti con appena l’1% del PIL di spesa per Ricerca e Sviluppo.
In conclusione, la nuova cultura dell’energia non può prescindere dall’uso delle energie rinnovabili e al tempo stesso da una corretta politica legata alla promozione dei settori della Ricerca e dello Sviluppo. L’impressione è che, ancora oggi, stenti ad affermarsi una diversa cultura dell’energia anche se appare sempre più evidente il confronto con la instabilità politica dei paesi da cui importiamo petrolio e gas, con i rischi ormai non solo teorici di black out, con la necessità della riduzione delle emissioni di CO2 come previsto dalla Convenzione Internazionale sui Cambiamenti Climatici, ratificata dall’Italia.

FEDERPARCHI PUBBLICA LE “BUONE PRATICHE” DEI PARCHI ITALIANI

“Le mucche della Val Venosta, nel Parco nazionale dello Stelvio, “producono” energia elettrica e calore, per di più a costi decisamente competitivi, per tutti i Comuni della valle. cliccando sul sito web del Parco nazionale delle Cinque Terre si entra direttamente nei mari dell’Area Marina Protetta attraverso telecamere sommerse che scrutano, alla profondità di dodici, venticinque metri, i fondali e il passaggio dei pesci, di una delle coste più famose d’Italia. E il Parco nazionale del Gargano ha un “presidente” di dodici anni che tutela e difende il diritto dei ragazzi a partecipare alla vita collettiva e a proporre tematiche che gli adulti non riescono a valorizzare. Sono le “buone pratiche” dei parchi italiani, nazionali e regionali, che Federparchi, grazie al programma comunitario Equal, ha raccolto e pubblicato in un volume, “Le buone pratiche dei parchi. Idee e progetti per l’Italia”, corredato da bellissime immagini delle nostre aree protette. Ce n’è per tutti. Perchè sono tanti i parchi che sperimentano, provano, mettono in atto, iniziative di tutela, ma anche di sostenibilità del proprio patrimonio naturale. E questo, in un rapporto, ormai diretto, con i cittadini e con i loro bisogni. Le “buone pratiche”, infatti, sono pensate per permettere ai parchi di avere un ruolo di primo piano in uno sviluppo sostenibile, non solo culturale e sociale, ma anche economico, del nostro territorio. Il volume rende efficace l’immagine di una rete ecologica che attraversa tutta l’Italia, senza confini, e che unisce gli intenti e gli obiettivi di tanti progetti diversi che coinvolgono operatori, istituzioni, ma soprattutto i cittadini. Le “buone pratiche” vengono raggruppate, nel volume, secondo delle tematiche di riferimento: agricoltura e allevamento, conservazione e gestione faunistica, comunicazione, cooperazione internazionale, educazione ambientale, autofinanziamento, ingegneria naturalistica, turismo. “Questo lavoro – dichiara Giuseppe Rossi, direttore di Federparchi – è il risultato del progetto comunitario, Equal, che riguarda le attività e l’imprenditoria agricola nelle aree protette, di cui Federparchi è capofila e che ha visto la partecipazione di partner qualificati come le associazioni agricole, le cooperative e alcuni parchi”. Questa importante pubblicazione, presentata in occasione di Park Life, rappresenta, dunque, l’inizio di un percorso di ricerca e valorizzazione delle esperienze più efficaci dei parchi, inserendole all’interno di un sistema nazionale e di un quadro progettuale condiviso.

PROFUGHI AMBIENTALI: LA NUOVA EMERGENZA DEL MILLENNIO

Lo spostamento di popolazioni dovuto al degrado dell’ecosistema e ai mutamenti climatici è un fenomeno che si ripete nella storia dell’uomo, condizionandone la vita e costringendolo alla ricerca di forme di adattamento in ambienti più ospitali. A differenza del passato, però, lo scenario che va attualmente delineandosi mostra nuovi elementi: la trasformazione dell’ambiente ad opera dell’uomo è così rapida da superare di gran lunga la sua stessa evoluzione.
Norman Myers, uno dei maggiori studiosi della materia, ha stimato che i migranti per penuria di acqua, cambiamento di clima, innalzamento del livello del mare, raggiungeranno nel 2050 i 150 milioni, previsione confermata anche dall’Alto Commissariato per i rifugiati nel Rapporto dell’ottobre 2002.
Tra le aree maggiormente a rischio, il rapporto “Regional Impacts of Climate Change” dell’IPCC ha individuato alcune regioni:
– il Vietman potrebbe perdere 500.000 ettari di terra situati presso il delta del Red River e 2.000.000 nel delta del Mekong con il rischio di spostamento per 10 milioni di persone;
– le Maldive a causa dell’innalzamento del mare perderebbero circa l’85% dell’isola principale dove è situata la capitale Malè e vedere sommerse gran parte dell’arcipelago costringendo 300.000 persone a rifugiarsi in India;
– l’Africa occidentale sarebbe inondata dal mare per 2,7 milioni di ettari. Le spiagge, pertanto, indietreggerebbero di circa tre chilometri e la capitale del Gambia sarebbe completamente sommersa;
– nel Mediterraneo l’Egitto vedrebbe diminuito il suo territorio di circa 2 milioni di ettari concentrati nel delta del Nilo con conseguente movimento di 8 milioni di persone inclusa, quasi per intero, la popolazione di Alessandria;
– nell’America del Sud nello Stato della Guiana, a causa dell’eustatismo, potrebbero migrare 600.000 persone, circa l’80% della popolazione.
Scenari inquietanti sono rappresentati anche in un rapporto del Pentagono del 2003, secono il quale, interi stati rischieranno di essere cancellati dalle carte geografiche, i granai asiatici tenderanno a esaurirsi, i conflitti dell’acqua si moltiplicheranno, l’Europa sarà direttamente minacciata da alluvioni e dalla possibile deviazione della corrente del Golfo, che porterà un calo delle temperature medie.
Per molte isole dell’Oceano Pacifico e dell’Oceano Indiano gli scenari descritti sono già una realtà: il drammatico tsunami ha provocato gravissimi danni alle infrastrutture, all’agricoltura e alla fornitura d’acqua potabile rendendo inabitabile parte del terreno fertile con conseguente allontanamento della popolazione.
Questi problemi, apparentemente distanti dai cittadini occidentali, rappresentano un chiaro segnale della crescente esposizione del mondo ai rischi ambientali e alle conseguenze che questi determinano.
In uno studio dell’ENEA, l’Italia è inserita in una area tra quelle mondiali a più alta vulnerabilità in termini di perdita di zone umide ed in particolare degli ecosistemi e della bio-diveristà marino-costiera. Gli scenari previsti mostrano una tendenza all’innalzamento del livello del mare che oscillerà tra i 18 e i 30 cmi entro il 2090 e questo fenomeno interesserà circa 4.500 chilometri quadrati del nostro territorio: 25,4% del nord, il 5,4 dell’Italia centrale, 62,6% del sud, il 6,6% della Sardegna. Prevede, inoltre, una progressiva desertificazione di vaste aree in particolare delle regioni del Sud: 47% della Sicilia, 31,2% della Sardegna, 60% della Puglia e 54% della Basilicata.
È evidente che il cambiamento climatico non comporta solo implicazioni ambientali, bensì sociali, culturali, politiche ed economiche. Si può comprendere allora la drammaticità di nuovi e spinosi problemi di ordine internazionale che si dovranno affrontare, come quello della futura sistemazione delle popolazioni che forzosamente lasciano le loro terre e quello relativo al riconoscimento della loro sovranità nazionale nei Paesi ospitanti.
Valutare il problema può incentivare la ricerca di soluzioni iniziando ad accettare ognuno le proprie responsabilità. I legami tra le scelte strategiche di alcuni Paesi e le conseguenze sull’ambiente sono a volte fin troppo evidenti. Molti problemi sono il diretto risultato di politiche di gestione insostenibile.

Lo smaltimento delle batterie usate, regione per regione

Lo smaltimento delle batterie usate regione per regione Questo inserimento non è stato fatto da un redattore di E-zine! Versione stampabile della pagina
News del 10/06/2005
Scritta da Alessia Calvanese [calvanesea@hkgaia.com]
L’anno scorso, secondo stime del COBAT, la raccolta delle batterie esauste, in Italia, ha raggiunto una percentuale ormai prossima al 100% rispetto all’immesso al consumo.

Da un punto di vista assoluto è la Lombardia, con più di 33mila tonnellate, la regione in cui si raccolgono le maggiori quantità di batterie esauste, seguita subito dopo dal Veneto (più di 20mila ton.), dal Piemonte e dall’Emilia Romagna con più di 19mila ton. Al centro è il Lazio la regione con la maggiore raccolta (quasi 16mila ton.), mentre al sud è la Campania (circa 15mila ton). Davvero buona, infine la raccolta nella regione Sicilia (quasi 13mila.).

Dal punto di vista della raccolta pro-capite la regione più virtuosa si dimostra essere l’Emilia Romagna con quasi 5 kg raccolti per abitante.
Inoltre, in molte regioni si evidenziano risultati superiori alla media nazionale, che si attesta a 3,36 kg/abitante, in particolare Friuli V. Giulia, Piemonte, Marche (4 kg/abitante).

REGIONI TONNELLATE ABITANTI Raccolta pro-capite (kg)/abitante
PIEMONTE VAL D’AOSTA 19’660 4’334’225 4.54
LOMBARDIA 33’661 9’032’554 3.73
TRENTO/BOLZANO 3’418 940’016 3.64
VENETO 20’080 4’527’694 4.43
FRIULI V. G. 5’521 1’183’764 4.67
LIGURIA 3’953 1’571’783 2.51
EMILIA ROMAGNA 19’214 3’983’346 4.82
TOSCANA 11’810 3’497’806 3.38
MARCHE 6’271 1’470’581 4.26
UMBRIA 3’162 825’826 3.83
LAZIO 15’721 5’112’413 3.08
ABRUZZO 3’877 1’262’392 3.07
MOLISE 709 320’601 2.21
CAMPANIA 14’918 5’701’931 2.62
BASILICATA 824 597’768 1.38
CALABRIA 3’633 2’011’466 1.81
PUGLIA 8’186 4’020’707 2.04
SICILIA 12’859 4’968’991 2.59
SARDEGNA 3’786 1’631’880 2.32

NORD 105’509 25’573’382 4.13
CENTRO 40’841 12’169’018 3.36
SUD 28’270 12’652’473 2.23
ISOLE 16’645 6’600’871 2.52
TOTALE NAZIONALE 191’265 56’995’744 3,36
Fonte: WINDecobat, Sistema Informativo del COBAT, 2005

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