PROFUGHI AMBIENTALI: LA NUOVA EMERGENZA DEL MILLENNIO

Lo spostamento di popolazioni dovuto al degrado dell’ecosistema e ai mutamenti climatici è un fenomeno che si ripete nella storia dell’uomo, condizionandone la vita e costringendolo alla ricerca di forme di adattamento in ambienti più ospitali. A differenza del passato, però, lo scenario che va attualmente delineandosi mostra nuovi elementi: la trasformazione dell’ambiente ad opera dell’uomo è così rapida da superare di gran lunga la sua stessa evoluzione.
Norman Myers, uno dei maggiori studiosi della materia, ha stimato che i migranti per penuria di acqua, cambiamento di clima, innalzamento del livello del mare, raggiungeranno nel 2050 i 150 milioni, previsione confermata anche dall’Alto Commissariato per i rifugiati nel Rapporto dell’ottobre 2002.
Tra le aree maggiormente a rischio, il rapporto “Regional Impacts of Climate Change” dell’IPCC ha individuato alcune regioni:
– il Vietman potrebbe perdere 500.000 ettari di terra situati presso il delta del Red River e 2.000.000 nel delta del Mekong con il rischio di spostamento per 10 milioni di persone;
– le Maldive a causa dell’innalzamento del mare perderebbero circa l’85% dell’isola principale dove è situata la capitale Malè e vedere sommerse gran parte dell’arcipelago costringendo 300.000 persone a rifugiarsi in India;
– l’Africa occidentale sarebbe inondata dal mare per 2,7 milioni di ettari. Le spiagge, pertanto, indietreggerebbero di circa tre chilometri e la capitale del Gambia sarebbe completamente sommersa;
– nel Mediterraneo l’Egitto vedrebbe diminuito il suo territorio di circa 2 milioni di ettari concentrati nel delta del Nilo con conseguente movimento di 8 milioni di persone inclusa, quasi per intero, la popolazione di Alessandria;
– nell’America del Sud nello Stato della Guiana, a causa dell’eustatismo, potrebbero migrare 600.000 persone, circa l’80% della popolazione.
Scenari inquietanti sono rappresentati anche in un rapporto del Pentagono del 2003, secono il quale, interi stati rischieranno di essere cancellati dalle carte geografiche, i granai asiatici tenderanno a esaurirsi, i conflitti dell’acqua si moltiplicheranno, l’Europa sarà direttamente minacciata da alluvioni e dalla possibile deviazione della corrente del Golfo, che porterà un calo delle temperature medie.
Per molte isole dell’Oceano Pacifico e dell’Oceano Indiano gli scenari descritti sono già una realtà: il drammatico tsunami ha provocato gravissimi danni alle infrastrutture, all’agricoltura e alla fornitura d’acqua potabile rendendo inabitabile parte del terreno fertile con conseguente allontanamento della popolazione.
Questi problemi, apparentemente distanti dai cittadini occidentali, rappresentano un chiaro segnale della crescente esposizione del mondo ai rischi ambientali e alle conseguenze che questi determinano.
In uno studio dell’ENEA, l’Italia è inserita in una area tra quelle mondiali a più alta vulnerabilità in termini di perdita di zone umide ed in particolare degli ecosistemi e della bio-diveristà marino-costiera. Gli scenari previsti mostrano una tendenza all’innalzamento del livello del mare che oscillerà tra i 18 e i 30 cmi entro il 2090 e questo fenomeno interesserà circa 4.500 chilometri quadrati del nostro territorio: 25,4% del nord, il 5,4 dell’Italia centrale, 62,6% del sud, il 6,6% della Sardegna. Prevede, inoltre, una progressiva desertificazione di vaste aree in particolare delle regioni del Sud: 47% della Sicilia, 31,2% della Sardegna, 60% della Puglia e 54% della Basilicata.
È evidente che il cambiamento climatico non comporta solo implicazioni ambientali, bensì sociali, culturali, politiche ed economiche. Si può comprendere allora la drammaticità di nuovi e spinosi problemi di ordine internazionale che si dovranno affrontare, come quello della futura sistemazione delle popolazioni che forzosamente lasciano le loro terre e quello relativo al riconoscimento della loro sovranità nazionale nei Paesi ospitanti.
Valutare il problema può incentivare la ricerca di soluzioni iniziando ad accettare ognuno le proprie responsabilità. I legami tra le scelte strategiche di alcuni Paesi e le conseguenze sull’ambiente sono a volte fin troppo evidenti. Molti problemi sono il diretto risultato di politiche di gestione insostenibile.

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